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Carosino: vino e campanile nel Salento tarantino

Carosino8 ottobre 2026

A tredici chilometri da Taranto, sul margine settentrionale della penisola salentina, Carosino si distende in una zona pianeggiante a 74 metri di altitudine, affacciata idealmente verso un mare che si intuisce ma non si vede. Con poco più di 6.000 abitanti, è uno dei comuni più vivaci della provincia ionica per tradizioni enogastronomiche, celebre soprattutto per la Sagra del Vino che ogni anno richiama appassionati da tutta la regione. La storia del paese è lunga e tormentata, segnata da conquiste, abbandoni e rifondazioni che ne fanno un caso esemplare delle fortune alterne dei piccoli centri del Meridione medievale.


Le radici messapiche e il commercio con la Grecia


Il sito fu frequentato in epoca preistorica da popolazioni messapiche, il popolo preromano che controllava gran parte della Puglia meridionale prima della conquista latina. Ma è il periodo greco che regala a Carosino il reperto più affascinante della sua storia: nel 1904, nel territorio comunale, fu rinvenuto un tesoretto di 76 monete d'argento che permettono di datare con precisione i rapporti commerciali tra il centro ionico e le grandi poleis della Grecia. Queste monete, testimoni di scambi economici e culturali intensi tra la Puglia e il mondo ellenico, dimostrano che Carosino si trovava su un asse commerciale fiorente che metteva in comunicazione Taranto con il Mediterraneo orientale.


Saraceni, abbandono e ricolonizzazione


Nel 927 dopo Cristo, le incursioni saracene devastarono Taranto e i suoi dintorni con ferocia inaudita. Il sito dell'attuale Carosino fu quasi certamente abbandonato per un lungo periodo, e quando riprese vita assunse il toponimo di Citrignano, come attestano le fonti medievali. La prima menzione documentata certa risale però al 1348, quando i registri angioini registrano la vendita del feudo dai Capitignano ai Palmerio di Capua. Nel corso dei secoli successivi il borgo conobbe ulteriori vicissitudini: nel 1462, durante le guerre che infiammarono il Mezzogiorno, le truppe albanesi al seguito di Scanderbeg — alleato del Re di Napoli contro il Principe di Taranto — rasero al suolo il casale, che rimase pressoché disabitato per quasi mezzo secolo.


Gli Antoglietta e la rinascita del XVI secolo


La svolta decisiva per Carosino arrivò nel 1471, quando la famiglia Antoglietta acquistò il feudo e avviò una sistematica opera di ripopolamento. Nel 1522, con l'autorizzazione formale del Viceré di Napoli Charles de Lannoy, la ricolonizzazione del borgo fu completata e Carosino assunse progressivamente la sua fisionomia attuale. Nel 1517 la baronia era passata ai Simonetta, nel 1614 ai Muscettola: fu in questo periodo che il rito greco-bizantino, ancora praticato dai discendenti dei coloni albanesi arrivati con Scanderbeg, venne gradualmente soppiantato dal cattolicesimo latino grazie all'energica azione dell'arcivescovo Lelio Brancaccio. Con la fine del rito greco scomparve anche la lingua arbëreshe, l'idioma albanese che i coloni avevano portato con sé e che per oltre un secolo aveva risuonato nelle strade di Carosino.


Il Palazzo Ducale e il patrimonio artistico


Al centro del paese si erge il Palazzo Ducale, costruito intorno al 1400 dalla famiglia Simonetta quando si insediò nel feudo. Passato nel tempo agli Albertini, ai Muscettola e infine ai Marulli, nel 1875 fu acquistato insieme alle proprietà terriere circostanti da Roberto d'Ayala Valva, dopo che la feudalità era stata abolita nel 1806 con la legislazione napoleonica. Il palazzo rappresenta oggi il monumento di maggiore rilevanza del borgo, testimonianza silenziosa di secoli di storia che hanno attraversato l'intero arco del potere feudale nel Meridione. Le chiese del centro storico completano un patrimonio architettonico di discreta entità, che invita il visitatore a rallentare il passo e a cercare nei dettagli la stratificazione di epoche diverse.

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