Roccaforzata è un comune di circa 1.700 abitanti nella provincia di Taranto, arroccato su un pianoro a 145 metri sul livello del mare, la quota più alta dell'intera Serra di Sant'Elia. Il nucleo storico del paese si erge letteralmente sull'orlo di un precipizio, con le abitazioni disposte in posizione digradante lungo il versante est della serra — una collocazione che offre panorami mozzafiato verso la pianura ionica sottostante. Il nome del paese riflette perfettamente questa natura: Rocca per la posizione su una rocca, forzata per il carattere quasi inespugnabile del sito, che la natura stessa ha reso una fortezza naturale.
Origini e presenza albanese
In epoca medievale l'insediamento era conosciuto come Rocca-vecchia; nel XVII secolo divenne Rocca-nuova, e soltanto agli inizi del XIX secolo assunse il nome attuale di Roccaforzata. Sotto la roccia e nel territorio circostante, scavi condotti in varie epoche hanno portato alla luce tombe a fossa con suppellettili sepolcrali — unguentari, anfore, tazze e bicchieri — che attestano la presenza di un insediamento romano sulla Serra di Sant'Elia, di cui tuttavia non si conosce con certezza il nome antico. Le prime notizie storiche certe risalgono al 1315. Nel XV secolo Roccaforzata fu interessata da uno dei fenomeni più singolari della storia pugliese: l'insediamento di soldati albanesi al servizio del re Ferrante I d'Aragona. Giorgio Castriota Scanderbeg, il condottiero albanese che per decenni aveva resistito all'espansione ottomana nei Balcani, portò nel Mezzogiorno gruppi di suoi fedeli combattenti che il re ricompensò con terre e casali quasi disabitati. Roccaforzata fu uno dei primi centri occupati dalle truppe di Scanderbeg, che qui diedero vita alla terza migrazione degli Albanesi d'Italia.
Il rito greco e la latinizzazione forzata
Gli Albanesi insediati a Roccaforzata seguivano il rito greco-orientale e parlavano la loro lingua — l'arbëreshë, la varietà italo-albanese che si conserva ancora oggi in alcune comunità del Sud Italia. La loro presenza segnò profondamente il carattere religioso e culturale del paese per oltre un secolo, finché l'arcivescovo di Taranto monsignor Lelio Brancaccio non intervenne nel XVI secolo a imporre la transizione al rito latino. Brancaccio trasformò la parrocchia albanese a rito greco in parrocchia latina e fece chiudere un'altra chiesa della comunità albanese, avviando un processo di assimilazione culturale forzata. Nel corso del tempo, la lingua albanese scomparve progressivamente: mentre a San Marzano di San Giuseppe si è conservata fino a oggi, a Roccaforzata si estinse già nel XIX secolo.
I feudatari albanesi e le famiglie nobiliari
Nel 1507 il feudo di Roccaforzata fu concesso, per meriti militari, al comandante albanese Lazzaro Mathes, cui successe il figlio Giovanni, che sposò Porfida Muzaka, figlia di una delle famiglie più illustri dell'aristocrazia albanese. Successivamente il feudo passò a Gabriele Scorna e poi al figlio Scipione. Nel 1559 il feudatario era Geronimo La Forza; nel 1617 Busicchio Renesi; nel 1679 la famiglia Ungaro. L'ultima famiglia baronale fu quella dei Chiulia, che tenne Roccaforzata fino al 1806, quando la soppressione del feudalesimo pose fine a cinque secoli di storia signorile. Oggi il paese vive di agricoltura e di un turismo rurale in crescita, con il suo straordinario belvedere sulla pianura tarantina come principale attrattiva per chi percorre le colline delle serre.
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